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Pelle e legno

  • Immagine del redattore: Red Ink Edizioni
    Red Ink Edizioni
  • 12 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

di Elena


Fuori piove una pioggia sottile, di quelle che non bagnano subito ma ti restano addosso come un cattivo pensiero. Sono seduta al tavolo più appartato del caffè.Ho stirato l’abito nero, stamattina. Di cotone, morbido, avvolge il corpo come una protezione.

Lui entra. Si siede, appoggia le chiavi sul tavolo e la schiena alla sedia. Camicia e golfino, barba curata, profumo invadente.

«Ciao», dice.

«Ciao», rispondo. Appoggio il cucchiaino sul piattino. Cerco di farlo senza produrre alcun suono, ma il metallo urta la ceramica. Un clic secco.

Lui non ordina nulla. Mi guarda e basta. È uno sguardo che scansiona le frequenze. Mi sento come se avessi lasciato una porta socchiusa e lui stesse sentendo lo spiffero.

Allunga una mano sul tavolo. Non mi tocca. La tiene lì, a pochi centimetri dalla mia. Sento il calore che emana la sua pelle. È un calore fisico, misurabile. Il mio respiro si inceppa nel petto, come un ingranaggio che ha saltato un dente. Mi accorgo che sto inclinando il corpo verso la sua mano. È un movimento millimetrico, involontario.

Il mio corpo ha già deciso. Usciamo. L’aria fredda dovrebbe aiutarmi a ragionare, invece mi spinge solo a cercare un riparo nel calore oltre il portone che apre. Saliamo le scale di casa sua. Penso che se me ne andassi adesso, la mia vita rimarrebbe pulita, simmetrica. Se entro, la simmetria muore.

Si sposta per farmi passare. «Puoi ancora andare via», dice. Mi sta dando il potere, ed è proprio questo che mi disarma. Se mi costringesse, potrei oppormi. Ma lui mi sta offrendo una scelta.

«No», e la mia voce è un sussurro diverso.

In camera non c’è musica. Solo il suono della pioggia contro il vetro. Il suo respiro sul collo, le dita scorrono sulla pelle insieme alla zip, e il rumore dei nostri vestiti che cadono sul parquet. Un, uno dopo l’altro. L’aria fredda, il tonfo sordo dei vestiti sul pavimento, e subito dopo, il calore della sua mano che si infila con lentezza controllata tra le mie gambe. È una pressione piena, palmo contro carne. Mi scappa un gemito che non riconosco; è un suono che viene dalla pancia, non dalla gola. Le sue dita trovano il punto esatto dove la mia compostezza si scioglie. Sono bagnata in un modo che mi imbarazzerebbe, se avessi ancora voglia per pensare.

Mi fa girare. Mi solleva e mi spinge sul bordo del letto, sulle lenzuola fredde. Mi apre le gambe, senza fretta, guardando esattamente quello che sta facendo. Mi sento esposta, spalancata. Libera.

Lui si sbottona i pantaloni. Lo guardo. È una presenza solida, inevitabile. Entra e non c’è preambolo romantico. È un urto. La pelle che tira, il muscolo che si adatta, il riempimento totale.  La mia voce che riempie la stanza.

Il suono della carne contro la carne, un ritmo costante, bagnato. Ogni spinta mi sposta di un millimetro, ogni volta lui mi riporta a sé con le mani sulle natiche. Ogni suo affondo è una risposta a una domanda che non sapevo di aver posto. Mi muovo con lui perché non esiste altro posto dove stare. Non c’è vergogna, solo una fame silenziosa che finalmente viene assecondata.

Non mi importa di come appaio. Mi importa solo di quell’istante in cui il piacere diventa così acuto da sembrare un dolore bianco.

Inarco la schiena, è una scossa che mi svuota i polmoni. Resto lì, appesa a lui, sentendo il suo respiro contro il mio seno. Tutto il resto del mondo – i miei libri, la mia camicia stirata, la mia vita in ordine – sembra appartenere a un’altra donna. Una donna che non ho mai conosciuto davvero.

Tre del mattino. Mi vesto. I gesti sono gli stessi di sempre, ma la pelle sotto i vestiti scotta. Domani tornerò in ufficio. Risponderò alle mail. Comprerò il pane. Ma mentre camminerò per strada, saprò qualcosa che gli altri non sanno. Saprò che posso rompermi. E che rompermi è stata la cosa più onesta che abbia fatto da anni.

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